Attenti a usare il termine depressione. Non si tratta sempre di questo

 Attenti a usare il termine “depressione”. Non si tratta sempre di questo

La Stampa Salute. 16/04/2015

Media sotto accusa dopo il caso Germanwings. Etichettare tutto con questa definizione rafforza il pregiudizio sulle malattie mentali

di DANIELE BANFI

“«Li ha uccisi e poi si è tolto la vita: era depresso». Quante volte, in maniera riduttiva, i media liquidano fatti di cronaca etichettando così l’autore del gesto? Un copione molto simile si è verificato anche qualche settimana fa con il caso di Andreas Lubitz, il pilota omicida-suicida del volo Germanwings. Eppure, imputare alla depressione atti di questo genere, non fa altro che aumentare lo stigma verso le persone che ne soffrono. A lanciare l’allarme è il British Medical Journal in seguito alla denuncia di “Time to Change”, la campagna inglese lanciata dalla fondazione MIND contro la discriminazione delle persone con malattie mentali.

La depressione non è l’unica causa

Come spiega il professor Andrea Fagiolini, direttore del Dipartimento interaziendale di Salute mentale all’Università di Siena, «Sebbene le malattie psichiatriche rappresentino uno dei principali fattori di rischio per il suicidio, esistono molte altre condizioni che possono contribuire al desiderio di uccidersi, anche in modo determinante. E’ vero che almeno il 90% delle persone che si uccidono soffrono per una malattia mentale ma non è vero che la depressione sia sempre la causa unica e principale della condotta autolesiva, così come non è vero che la maggior parte delle persone con malattie mentali si uccida».

La perdita è il fattore predominante

Le motivazioni che portano a pensieri suicidi sono dunque molte ed è particolarmente difficile riuscire a tracciare un identikit della persona a rischio. Detto ciò tra le cause più comuni vi sono malattia mentali pregresse, fattori genetici -avere un parente che si è ucciso aumenta il rischio di suicidio-, abuso di alcol e sostanze stupefacenti ed eventi di vita particolarmente difficili o stressanti. Tra questi gli eventi di perdita hanno un ruolo predominante: perdita del lavoro, della sicurezza economica, di un partner, della salute, del ruolo sociale e perdita dell’autostima sono solo alcuni esempi.

Chi è depresso è sensibile sulla vita altrui

Nel caso del pilota tedesco oltre al suicidio si è verificato anche un pluriomicidio. «Si può ipotizzare –spiega l’esperto- che in quella persona ci sia stata anche un’incapacità a pensare al dolore, alla voglia e diritto di vivere delle persone che si erano affidate lui. E’ difficile spiegare quello che è successo e capire se e quanto questo sia ascrivibile ad un atto di pazzia, ad un atto di egoismo e megalomania, alla rabbia, insoddisfazione o spregio verso la propria e, soprattutto, altrui vita. Ma è ancora più difficile attribuire l’accaduto in modo esclusivo a una malattia mentale. La maggior parte delle persone con depressione, ad esempio, sono persone che soffrono profondamente, che talvolta pensano che sarebbe meglio non vivere, ma che di solito hanno anche una grande sensibilità e rispetto per gli altri e per la loro vita. Per fortuna, i casi di suicidio-omicidio sono rari e molto spesso sono più dovuti a sintomi psicotici che a una depressione vera e propria».

Non confondere psicosi con depressione

Diverso dalla depressione è invece il caso della psicosi in fase acuta, come può essere stato il caso delle due donne uccise ad Alessandria e Ventimiglia. «Anche in questo situazioni –continua il professore- è necessario curare una persona ammalata ma, quando una persona ha deliri, allucinazioni, comportamenti violenti, è spesso indispensabile che la stessa sia curata in un luogo sicuro, dove la persona riceva le cure adeguate mentre, allo stesso tempo, si garantisca un adeguata protezione al resto della società, di fronte a comportamenti che possono essere pericolosi anche per gli altri».

Sbagliato etichettare il depresso

Un quadro molto complesso difficilmente riassumibile dunque con la parola “depressione”. La malattia esiste ma non per forza compromette le capacità di chi ne soffre. Non solo, oggi curare questa patologia con successo è possibile. Da diverso tempo sono molte le associazioni che si battono per evitare lo stigma nei confronti di queste persone. «Considerare chi è depresso come potenziale suicida o, peggio, omicida è ingiusto e scorretto. Curare adeguatamente la malattia mentale, senza stigma, negazioni o ideologie, rappresenta una strada più giusta che, anche se non potrà mai annullare completamente il rischio di suicidio o di incidenti, può comunque diminuire il numero di persone che si uccidono e comunque alleviare le sofferenze di tante persone che ogni giorno si confrontano con queste gravi malattie» conclude Fagiolini.

Twitter @danielebanfi83