Isca Salzberger–Wittenberg. Sulla fine e sull’inizio. Commento di Giuseppina Parisi

Salzberger–Wittenberg Isca. Sulla fine  e sull’inizio. Roma: Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini editore, 2015.

Commento di Giuseppina Parisi

Mi fa piacere avere l’occasione di recensire il libro di Isca Wittenberg per molte ragioni. E’ un libro emozionante, che trasmette un forte senso di vitalità, che suscita, leggendolo, un sentimento di familiarità, un già conosciuto, ognuno di noi può facilmente ritrovarsi in alcune delle molteplici storie, di cui l’autrice racconta, riguardanti esperienze di fine e inizio, identificandosi ora con un adulto, con un adolescente o con un bambino.
L’autrice parte dalla riflessione sull’importanza che le primissime esperienze di vita del bambino hanno per lo sviluppo successivo, su come tali esperienze si radichino sul corpo e sulla psiche di ciascun individuo, influenzando il modo di entrare in relazione con gli altri e con se stessi. Richiama le “memorie affettive” della Klein suggerendo come ogni inizio e ogni fine evochino sempre, in misura variabile, gli stati emotivi e mentali vissuti agli inizi della vita.
E’ interessante come Isca Wittenberg parta proprio dal racconto dell’esperienza vissuta da un gruppo di adulti che si apprestava a iniziare un corso, da lei tenuto, alla Tavistock. Il primo giorno chiese ai partecipanti di esprimere con sincerità quali pensieri o emozioni provassero arrivando al corso. Emersero vissuti di eccitazione e contentezza ma anche di timore, di insicurezza, di dubbi sulla propria preparazione, timori di venir rifiutati, fantasie di confronto con gli altri partecipanti. Fu possibile utilizzare ciò che era emerso per riflettere insieme su come l’inizio di una nuova esperienza mettesse in contatto con le paure e angosce che ci abitano, anche quando si è sostenuti da una buona motivazione nell’intraprendere un nuovo percorso. Questa esperienza aveva permesso anche di iniziare a comprendere, intimamente, cosa prova un bambino di fronte a nuove esperienze, come l’asilo, la scuola, il mondo esterno.
La Wittenberg descrive il momento della nascita, prima linea di demarcazione tra una fine e un inizio, fine della vita intrauterina, con i suoi spazi ristretti e contenitivi, con il suo tepore, con i suoi suoni filtrati dal corpo materno, e inizio della vita nel mondo esterno, incontro con lo sguardo della madre e con le sue braccia, con luci e suoni a volte troppo forti, con una temperatura diversa cui cominciare ad adattarsi, “la nascita, la fine della vita dentro il corpo della madre e l’inizio di un’esistenza separata nel mondo esterno è probabilmente il cambiamento più drammatico cui siamo soggetti.” (pag.34). Sottolinea l’importanza di certe misure, adottate spesso da alcune ostetriche, l’attaccare subito il bambino al seno della madre, immergerlo nell’acqua tiepida e massaggiarlo, “tentativi di fornire al neonato un senso di continuità simile a quella sperimentata in utero. Nel corso di tutta la nostra vita, qualcosa o qualcuno che fornisca un collegamento con il passato ci aiuterà a tollerare la perdita di ciò che avevamo prima.” (pag.34).
Si sofferma poi a descrivere le fasi della vita che implicano cambiamenti e trasformazioni, fini e inizi, momenti di rottura con la fase precedente e di apertura verso il nuovo e l’ignoto. La paura e il timore del cambiamento può incidere sulla fiducia e sull’esplorazione di nuove forme di esperienze fisico/emotive. Queste dinamiche riguarderanno il periodo dello svezzamento, l’inizio dell’asilo e, successivamente, l’ingresso nella scuola, così come il periodo dell’adolescenza e il diventare adulti.
E’ un libro coraggioso nell’affrontare anche temi difficili da trattare, per le angosce che possono suscitare. Nel farlo, l’autrice rimane costantemente in contatto con la dimensione emotiva dell’esperienza, parlo ad esempio dei capitoli sul pensionamento, sul lutto e sull’approssimarsi della vecchiaia e della morte, “…riuscire ad avere consapevolezza (delle) perdite e a fronteggiarle ci permette in una certa misura di prepararci mentalmente ed emotivamente. Evitarlo ci rende ancora più inclini a cadere nel panico nel momento in cui l’evento temuto accadrà realmente” (pag.15). Si tratta di capitoli bellissimi, pervasi da un forte senso di umanità e di poesia, dove all’esperienza della fine di qualcosa, ad esempio la conclusione delle attività lavorative e la perdita della rete sociale che ad esse è collegata, un lutto, si associa sempre una dimensione di spinta e di apertura al nuovo.
Attraverso molte esemplificazioni cliniche mostra la capacità di molte persone, già avanti negli anni, di rimodellare la loro vita, dandogli un nuovo significato, che tenga conto dei limiti presenti, ma allo stesso tempo che apra al nuovo. E riguardo all’esperienza del lutto: “solo quando le angosce sottostanti e la disperazione per la perdita vengono affrontate e confrontate alla realtà di ciò che è ancora possibile fare e godere, possono emergere in superficie una nuova forze e una nuova speranza”.(pag.176).
Dedica a questi temi una parte consistente del libro, partendo proprio dal suo pensionamento e da ciò che questa esperienza aveva riattivato, “dovevo abbandonare la ‘mia Tavistock’, e confrontarmi con la mia invidia per i più giovani che stavano prendendo il mio posto” (pag.164), In tutte le situazioni analoghe lei afferma come, di per sé, la conclusione dell’attività lavorativa lasci l’individuo senza la rassicurazione dell’essere necessari e utili a qualcuno, potendo generare sentimenti di inutilità, di vuoto e di abbandono: “in una certa misura, rimaniamo tutti fondamentalmente bambini: vogliamo essere amati, cerchiamo il riconoscimento, l’approvazione, l’apprezzamento di genitori, insegnanti, fratelli. La loro mancanza può farci sentire privi di valore o almeno farci dubitare del nostro valore. Il pensionamento può essere vissuto come un essere esclusi, non voluti.” (p.165)
E’ un libro da cui traspare una profonda qualità affettiva e umana, che accompagna per tutta la lettura, che lo fa apprezzare come fosse un romanzo. Allo stesso tempo è un libro profondamente psicoanalitico, che avvicina alla grande esperienza umana e psicoanalitica dell’autrice che, all’età di novant’anni, invita il lettore a riflettere insieme a lei sui cambiamenti, sui processi di transizione, sui turbamenti emotivi e sulle trasformazioni che le esperienze di fine e di inizio inevitabilmente implicano, ad ogni età e in ogni momento della vita e su come l’esperienza psicoanalitica possa essere di grande aiuto nel permettere il lavoro di elaborazione di questi passaggi e l’emergere di nuove risorse.
La Wittenberg riflette su questi temi attingendo alla sua lunga e ricca esperienza sia nel campo dell’insegnamento, che della propria attività di psicoterapeuta e di supervisore, e attraverso il racconto delle sue personali esperienze.
La sua esperienza nella Germania nazista, la fine della sua vita lì, la perdita dei luoghi della sua infanzia, la partenza e il nuovo inizio in Inghilterra non soltanto l’hanno resa drammaticamente consapevole di tutte le esperienze di fine ma, come lei stessa afferma, l’hanno portata a riflettere sulla natura umana e su cosa accade in certe condizioni, influenzando molto la sua vita e determinando la sua futura scelta di interessarsi di psicoanalisi e di diventare una psicoterapeuta psicoanalitica. A questo proposito mi viene in mente un passaggio della bella prefazione di Symington al libro: “Isca ci insegna che un nuovo ambiente dà vita ad un nuovo stato mentale dentro di noi (….) e il mancato adattamento della mente alla nuova situazione ha sempre delle conseguenze, grandi o piccole. Isca richiama la nostra attenzione su questi cambiamenti dell’ambiente: portandoli alla nostra consapevolezza possiamo stabilire una continuità a un livello più profondo dentro di noi. La consapevolezza implica sempre che un aspetto della mente abbracci il flusso dei cambiamenti che sono in atto” (pag.7).
A partire dal titolo la prospettiva usuale appare rovesciata. Sulla Fine e sull’Inizio, in inglese: Experiencing Endings and Beginnings, l’inizio nasce dalla fine di qualcosa e così via in una continuità che ci rende difficile distinguere, nella bella immagine di copertina dell’edizione originale del libro, se la luce di sfondo della foto del pescatore, ritto in barca sul lago, sia la luce dell’alba o del tramonto. La capacità di Isca Wittenberg è quella di accostarsi al lettore, al clinico, al paziente, di affiancarlo con un profondo senso dell’umano, che ne sostiene le capacità, le risorse e il processo evolutivo, che ne tollera soprattutto le debolezze e le fragilità e il timore dell’ignoto. E’ il profondo senso corale di “essere umani” a emergere nelle storie e nelle parole di tutti i protagonisti del libro, siano essi terapeuti, pazienti, adulti, adolescenti o bambini.
Un altro aspetto che si respira lungo tutta la lettura è la profonda dimensione spirituale dell’esistenza umana, una dimensione che l’autrice assume come connaturata all’essenza stessa dell’umano, che rappresenta un ponte tra l’individuo e la comunità più allargata, tra il presente e il futuro, che offre un senso all’esistenza stessa, “quando la nostra forza fisica diminuisce verso la fine della vita, possiamo imparare ad amare e ad apprezzare ogni piccola cosa che sia una manifestazione della forza vitale all’interno dell’universo e che continuerà a esistere oltre la durata della nostra vita.” (pag.27)
Ciò che non smette di valorizzare è l’importanza data alla dimensione relazionale nello sviluppo di ogni essere umano, la qualità della relazione e la sua funzione di contenimento e supporto alla crescita, che accompagna e sostiene la persona in ogni passaggio della vita, in ogni fine e inizio, ”se abbiamo la fortuna di essere capiti in modo amorevole e di continuare ad amare nonostante frustrazioni, delusioni e disastri che sono parte della vita, la nostra dimensione relazionale e la nostra consapevolezza di essa continueranno ad approfondirsi e a estendersi verso orizzonti sempre più ampi” (pag.27).
Ricorda con grande affetto una prozia che, nonostante nella vita avesse molto sofferto, (aveva perso da giovane il marito e aveva dovuto crescere da sola i figli affrontando molte difficoltà) era una persona molto amorevole, che non aveva mai perso l’amore per la vita e per le cose che essa offre: “Felice la persona che dimentica ciò che non può più essere modificato”, canticchiava spesso, e Isca W. commenta: “Lei non dimenticava coloro che aveva perduto, ma accettava le limitazioni che la sua situazione imponeva, ed era una persona che emanava amore. Tutti l’amavano e io desideravo di poter essere come lei” (pag.27).
E’ un libro, quindi, in continuo movimento, come una traccia dove ciascuno può aggiungere voci e storie, dove è possibile, di seguito a una fine far nascere un nuovo inizio, che porti con sé una rinnovata capacità di tessere relazioni intime e amorevoli con l’altro e allo stesso tempo con parti di sé conosciute o nuove, con cui entrare in contatto, con cui familiarizzare, nonostante la sofferenza che in alcuni casi questo comporta. Vuol dire confrontarsi con esperienze di perdita e di separazione, ma allo stesso tempo con la spinta vitale a trovare nuove risorse e potenzialità creative, nuovi occhi verso se stessi e il mondo. Un valore importante, in tal senso, svolge il lavoro psicoanalitico nel permettere di contenere il dolore, “un dolore condiviso è un dolore a cui è stato estratto il veleno” (pag.11), nell’aiutare a tollerare la perdita dell’onnipotenza e a sostenere le risorse e la speranza.
Molti sono gli esempi del modo di Isca Wittenberg di sostenere e affiancare il paziente nell’elaborazione delle esperienze dolorose di perdita in età diverse, ma particolarmente toccante è la sua esperienza di partecipazione agli incontri di un gruppo di persone tra i 70 e gli 80 anni, che si riunivano per condividere i loro pensieri e sentimenti sulla vecchiaia. Si interroga su cosa permetta di tollerare le perdite crescenti, la transitorietà della vita, senza inaridirsi ma mantenendo, anche in età avanzata, forza emotiva e saggezza. “Sembra che (…)sia in primo luogo la capacità di rinunciare all’onnipotenza e alla possessività e raggiungere invece umiltà, gratitudine per l’amore e la vita che abbiamo avuto e per tutto ciò che abbiamo ancora a disposizione” (pag.179).