Vittorio Lingiardi Mindscapes, Psiche nel paesaggio. Commento di Giuseppina Parisi

Vittorio Lingiardi

Mindscapes, Psiche nel paesaggio

Commento di Giuseppina Parisi

 

Mindscapes – Psiche nel paesaggio, di Vittorio Lingiardi, è un saggio, originale e creativo ma soprattutto poetico, che cattura come un romanzo pur mantenendo la sua identità di saggio. Come lo stesso autore sembra anticipare nella presentazione, si tratta di un testo in cui il piacere di scrivere e quello di leggere s’intrecciano continuamente, alimentandosi a vicenda e alimentando anche il lettore, condividendo con lui, come direbbe Jung, “sogni, ricordi, riflessioni”.

Tema del libro, intorno al quale fioriscono percorsi associativi molto evocativi, è la funzione e il significato che luoghi e paesaggi hanno nella nostra vita mentale, nella costruzione del mondo interno e dell’identità, e la stretta relazione che tra essi intercorre: “le geografie della terra sono inseparabili da quelle della mente, e tra landscapes e mindscapes ci sono legami psiconalitici, neuroestetici e inevitabilmente poetici. I luoghi che amiamo sono al tempo stesso una scoperta e un’invenzione, li possiamo trovare perché sono già in noi.” (pag.8). Il richiamo all’esperienza “transizionale” winnicottiana è solo una delle numerose associazioni che emergono dal testo.

I campi da cui l’autore ha attinto “per orientare e disorientare la scrittura di questo libro” (pag.9) e, aggiungerei, per orientarci dis-orientandoci, sono gli studi culturali, storici e filosofici sul paesaggio; poesia, narrativa, diari di viaggio; neuroestetica e scienze cognitive; e naturalmente psicoanalisi.

Alla fine del libro ha quindi condensato quattro diversi percorsi bibliografici, uno per ciascun ambito, facilitando tanto chi di noi volesse continuare la ricerca.

E’ un libro che non si presta ad una lettura veloce e impaziente, al contrario reclama un luogo e un tempo dedicati. Direi che è un libro che emoziona, in cui contributi letterari, scientifici, psicoanalitici, filosofici, dialogano tra loro, generando curiosità, interesse, piacere nella lettura.

Il libro ha un particolare modo di prendere forma, un modo di procedere che l’autore definisce “rizomatico”, in cui la direzione è aperta, non necessariamente lineare, può essere scelta dal lettore in base ai propri paesaggi interni, ai propri luoghi e oggetti evocativi, alle proprie memorie e inevitabilmente convoca, in chi legge, una dimensione “transizionale”, uno sguardo rivolto al paesaggio, all’esterno, ma anche al proprio mondo interno di rappresentazioni e di luoghi della mente. “Si può leggere come un panorama, lasciando che lo sguardo si soffermi dove vuole”(pag.8).

In quanti modi possiamo guardare a un paesaggio, si chiede l’autore, non possiamo che riconoscere in noi stessi le risposte che lui ci offre, “come una parte del mondo reale, un luogo dell’identità e della memoria personale e collettiva, uno specchio delle nostre emozioni, uno spazio d’immersione sensoriale. Mindscapes è un neologismo per collocarci a metà strada, là dove dobbiamo stare: con la psiche nel paesaggio e il paesaggio nella psiche.”(pag 8). Sottolineando ancora come “il rapporto che stabiliamo con il paesaggio non si esaurisce nello sguardo e nella contemplazione. Implica il corpo e la sua partecipazione sensoriale, si carica di affetti e memoria e diventa elemento dell’identità” (pag.23)

Il libro si apre con il capitolo “0”: “Evocazione”, una bellissima citazione di Rilke, tratta da: “I quaderni di Malte Laurids Brigge”, che “evoca” la forza e l’importanza dell’esperienza di sé nel mondo e nel tempo, dell’osservazione della “natura” umana e non, e il predisporsi in modo da accogliere e far sostare in noi impressioni ed emozioni, ma senza volerli trattenere a tutti i costi e come tutto ciò rappresenti un nutrimento per l’anima, una condizione per l’espressione della creatività, attraverso il linguaggio della scrittura, o di altre forme artistiche: ”Bisognerebbe saper attendere, raccogliere, per una vita intera e possibilmente lunga, senso e dolcezza, e poi, proprio alla fine, si potrebbero forse scrivere dieci righe valide. Perché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si acquistano precocemente), sono esperienze. (…)E non basta ancora avere ricordi. Bisogna saperli dimenticare, quando sono troppi, e avere la grande pazienza di attendere che ritornino”. (pag.14) Lo sguardo sul mondo, sulle esperienze che noi facciamo in esso si riflettono nella nostra vita psichica, nel nostro mondo interno, delineando il paesaggio della nostra psiche.

Il libro è organizzato in capitoli che l’autore definisce “brevi”, ma che hanno in realtà una intensità e una densità associativa, di contenuti, riflessioni, immagini, riferimenti, da richiedere al lettore un tempo per soffermarsi, per tornare indietro, per muoversi nel testo, per “riconoscerlo” come familiare e nuovo allo stesso tempo, per ri-trovarsi.

Alcuni capitoli in particolare lasciano nel lettore un senso di pienezza e di arricchimento, ma allo stesso tempo non saturano l’oggetto trattato, mantengono una dimensione insatura, permettendo a chi legge di agganciarsi con i propri “oggetti”, “paesaggi” o “luoghi” evocativi, come quelle storie/disegni a due voci che a volte si usano nel gioco con i bambini, in cui uno dei due, guardando una immagine, comincia una storia e l’altro la continua, in una reciproca catena associativa e rappresentativa, in cui la storia, il “paesaggio” finale, non appartiene più all’uno o all’altro, ma a entrambi e, allo stesso tempo, ha una propria identità. Mi viene in mente il disegno fatto insieme ad una bambina di 9 anni, su 3 fogli, in cui su uno era rappresentata una città prima del terremoto, nel successivo la città dopo il terremoto, con la pioggia e le case distrutte, e nel terzo foglio compaiono le ambulanze per i ricoveri negli ospedali. Non avevo pensato a quel disegno secondo una prospettiva “paesaggistica”, a cavallo tra mondi esterni e mondi interni e invece ora mi viene incontro una nuova lettura, che apre nuove porte; non è soltanto il suo paesaggio, la sua rappresentazione, ma la nostra, inclusa l’esperienza dei miei paesaggi e del mio luogo d’origine, una terra che ha conosciuto i terremoti, di cui uno, importante, proprio quando avevo 8 anni.

Si tratta di un libro transdisciplinare, in cui gli ambiti di studio e di analisi risultano essere al servizio gli uni degli altri, abbattendo barriere pur mantenendo una propria identità, con l’esito di un ampliamento dello sguardo e dell’orizzonte E’ un libro a cui conviene accostarsi con la stessa predisposizione auspicata da Rilke e da Bion, mettendosi comodi, lasciandosi andare al flusso di associazioni e pensieri che evoca, senza memoria e senza desiderio, avviando un girovagare per le stanze della mente e della natura, entrando e uscendo da noi stessi, proseguendo, ciascuno a modo proprio e con la propria storia il tema di ciascun capitolo.

Capitoli che hanno tutti dei titoli che evocano immagini, piuttosto che concetti, in cui la dimensione estetica, del paesaggio, della natura, del mondo esterno, si coniuga con la dimensione interna, psichica, intima, familiare, dando origine a un titolo breve ma direi pittorico, fotografico, come: “La fioritura umana”, “Tasche piene di farfalle”, “Chiudete gli occhi e vedrete”, “Questo paesaggio è mio padre”, “Terapeuti giardinieri”, “Il riverbero”.

La scrittura, supportata da grande conoscenza, sensibilità e intelligenza, mantiene tuttavia una levità, un pensiero si aggancia a un altro, un paesaggio ad una poesia o ad un brano di letteratura, o a un quadro, o alle più recenti ricerche in ambito neuroestetico o delle neuroscienze, immagini e descrizioni si susseguono, condividendo un’origine affettiva e intima. Nella nota all’inizio del libro Lingiardi riporta una frase di Pontalis: “Ci vogliono parecchi luoghi dentro di sé per avere qualche speranza di essere se stessi” (pag.7), l’identità si costruisce attraverso un dialogo e uno scambio tra mondo esterno e mondo interno.

A tratti, nel corso di tutto il libro, si trovano degli elementi autobiografici, che danno voce a quanto in molti registri viene narrato. L’intimità dell’analista, oltre che del paziente, le origini geografiche della propria identità, la significatività dei luoghi, dei volti e dei paesaggi nella strutturazione della propria mente. E l’incontro con il paziente, un paesaggio diverso ogni volta, “quando iniziamo a lavorare con una persona in analisi è come se ci trasferissimo in un’altra città. A poco a poco impariamo a conoscere la sua cultura, la sua estetica, i suoi oggetti. Un nuovo paesaggio, un’altra latitudine “(pag.128).

Centrali durante tutta la lettura sono i contributi poetici e artistici, puntuali, stimolanti, e soprattutto molto belli. Emily Dickinson, Baudelaire, Byatt, Borges, Frost, Penna, Pasolini, Plath, Pera, Zanzotto e molti altri, le cui opere si alternano ai contributi di psicoanalisti a partire da Freud, Jung, Baranger, Bion, Klein, Winnicott, Bollas, Bromberg, Ferenczi, Ferro e altri ancora. Ma il risultato è come un brano musicale a più voci, il cui tema condiviso è il dialogo creativo tra paesaggi geografici e psiche.

Viene voglia di leggere i testi sconosciuti o di recuperare libri già letti, in età diverse e in “luoghi” diversi. E qui una nota molto autentica, chi non l’ha mai provata, Lingiardi la riprende da Chatwin quando afferma che un riferimento letterario può entusiasmarci quanto una pianta o un animale raro: “Riconoscersi in un verso, in un pensiero, sentendoli propri, è un atto, (dice Lingiardi), “riverberante”, è una esperienza che coglie due persone (chi legge e chi scrive) in un punto di condivisione. La frase che ci ipnotizza, la cartolina di quel quadro, la forma di quella conchiglia…sono oggetti transizionali, nostri e altrui, dentro e fuori, trovati e creati (pag.9).