Un angelo alla mia tavola. Commento di Ludovica Andrea Februo

 

Un angelo alla mia tavola.

Commento di Ludovica Andrea Februo

 

 

Film delicato e lirico che ha portato la regista Jane Campion ad essere acclamata dal pubblico e dalla critica, Un angelo alla mia tavola narra la storia della scrittrice neozelandese Janet Frame e si ispira alla sua omonima autobiografia. Viene raccontata la sua vita, segnata da sofferenze e lutti e dall’internamento per otto anni nel manicomio Seacliff, dove Janet subirà più di 200 elettroshock per una diagnosi di schizofrenia. Verrà salvata, anche concretamente, dalla passione e dal talento: grazie alla vittoria di un primo premio di un concorso letterario, non subirà la lobotomia prevista nei giorni successivi e verrà rimandata a casa, dove dovrà iniziare una nuova vita.

Questa è la storia della mia infanzia. Sono nata nell’agosto del 1924, Janet Paterson Frame. La mia gemella, che non ha mai avuto un nome, morì due settimane dopo”: mentre la voce narrante ci introduce nella vita di Janet, legandola fin dall’inizio ad una morte, di fronte ai nostri occhi c’è l’immagine di una bambina con un corpo robusto, un po’ goffo, che cammina sola per un sentiero, si guarda intorno e dopo aver stretto il morbido tessuto del suo vestito, si volta e corre via. In una scena precedente viene mostrata da neonata, mentre interagisce con sua madre, ma quando quest’ultima si piega su di lei, forse per prenderla, la piccola si porta le mani davanti al viso, come per trovare riparo da una stimolazione eccessiva. Si intuisce il carattere molto sensibile di Janet, il suo particolare modo di rapportarsi al mondo da cui sembra essere molto incuriosita e al tempo stesso sopraffatta. Sembra caratterizzata da una maggiore sensibilità verso gli oggetti del mondo con i quali intraprende una relazione affettiva che quasi sostituisce i rapporti d’amore con gli altri, dote che la Greenacre ipotizza essere la più importante nei bambini che svilupperanno talenti artistici. La fotografia del film mette in risalto due colori che ben rappresentano l’animo della protagonista: il verde dei prati, delle colline, degli elementi della natura con cui Janet intratterrà una relazione privilegiata per tutta la vita, preferendoli al contatto con le persone; il rosso, sempre presente grazie al suo cespuglio di capelli ricci, che fa pensare al fiume incandescente di emozioni che fluirà principalmente nel mondo del mito e della letteratura.

L’infanzia è segnata dalla povertà, dai trasferimenti a causa del lavoro del padre ferroviere, dalla malattia del fratello che soffre di epilessia, motivo di dolore e tensioni tra i genitori. La piccola Jin è una bambina trascurata, diversa dagli altri per il suo aspetto esteriore e per la sua indole timida, ingenua e sensibile. Poppy, un’altra bambina emarginata che porta sul corpo i segni della cinghia del padre, le presta “Le favole dei fratelli Grimm”, libro che la sera legge alle tre sorelle nel letto che devono dividere. Da questo momento Jin inizia una storia d’amore (love affaire) con i libri, la carta delle pagine, le storie contenute e le parole attraverso cui sono narrate, libri che bacia la sera prima di spegnere l’ultima candela. Un incontro importante negli anni dell’infanzia è quello con il maestro Gussy, il quale crede in Janet, la sprona affettuosamente e le dà la possibilità di frequentare gratuitamente l’Atheneum . Nelle prime poesie scritte per la scuola, si scorge già la passione ed il talento della bambina, la quale investe le parole con una carica affettiva e sensoriale, personifica gli oggetti e il mondo con qualità emotive, dando vita ai suoi primi prodotti letterari.

Con l’adolescenza la mente di Janet si rivolge sempre di più alla letteratura. Isolata rispetto al mondo delle coetanee, si dedica allo studio, coltivando il sogno di diventare scrittrice. La sua vocazione cresce di pari passo al rifiuto del corpo, un corpo che la turba con le sue inevitabili trasformazioni. Sembra non essere pronta a confrontarsi con tutte le emozioni e le sensazioni risvegliate dallo sviluppo puberale, ma trova un modo di contenerle e poterle esprimere grazie alla devozione verso i libri ed ai sogni ad occhi aperti evocati dai personaggi letterari.

Le mestruazioni infatti sono motivo di imbarazzo e vergogna. L’improvvisa e traumatica morte della sorella maggiore Myrtle, che annega dopo aver invitato anche Janet ad andare con lei “a fare un bagno e dopo a guardare i ragazzi”, sembra contenere l’immagine di un elemento vitale e pericoloso che si trasforma in morte e sofferenza. Il dolore di Janet, la ragazza che non disturba mai, sembra sigillato; è emotiva e incapace di stabilire relazioni sociali.

Con la crescita e le nuove tappe di vita da affrontare, la situazione psicologica e sociale di Janet diviene via via più grave. Parte per frequentare la scuola per diventare maestra, ma allontanatasi da casa la sua sofferenza si acuisce ed è costretta in una tremenda solitudine, come lei stessa dice: “Troppo timida per socializzare, ero sempre più sola, le mie uniche avventure erano la poesia e la letteratura.” Sembra che la speranza e il desiderio in un futuro da scrittrice che l’avevano aiutata negli anni molto difficili dell’adolescenza non bastino più a sostenerla di fronte a questi nuovi compiti evolutivi. Diventata insegnante, non riesce a sostenere emotivamente la visita dell’ispettore scolastico che doveva valutarla come maestra, fugge dalla scuola e cade in una profonda disperazione che la porta a tentare il suicidio ingerendo una dose ingente di aspirine.

Da questo momento in poi inizia la sua tremenda esperienza con la sua nuova “identità di schizofrenica” in quanto la giovane Janet, seppure devastata dallo scoprirsi malata “incurabile” e dall’internamento negli ospedali psichiatrici, sembra quasi aggrapparsi alla diagnosi in cerca di una definizione di sé. Negli anni alienanti del manicomio, la sua unica consolazione è ancora una volta la scrittura. Poco prima di subire una lobotomia, viene salvata dal suo talento grazie alla vittoria di un primo premio di un concorso letterario con il suo libro di racconti La laguna.

Fuori dal manicomio, spaesata, traumatizzata e alienata dagli otto anni trascorsi tra elettroshock e umiliazioni, incontra lo scrittore Frank Sargeson che le offre un posto dove vivere e scrivere e, soprattutto, la riconosce e la legittima nella sua identità di scrittrice. E’ uno dei momenti più emozionanti del film: la scrittura che negli anni più bui aveva svolto la funzione di contenitore di una profonda sofferenza, un’ancora a cui aggrapparsi nei momenti di disperazione, diviene a pieno titolo il luogo dove trasformare le emozioni, un’apertura verso il mondo e le dà la possibilità di compiere un processo di definizione della sua identità, processo che era stato fino a quel momento frammentato e irto di difficoltà. Questa esperienza e la notizia della pubblicazione del manoscritto che ha inviato alle case editrici, consente a Janet, incoraggiata da Frank, di partire per l’Europa, dove vive il suo primo e unico amore con un professore americano. La fine di questa relazione, una gravidanza che si interrompe presto, i tormenti interiori mai del tutto elaborati, la spingono a chiedere un “ricovero volontario” in una clinica psichiatrica londinese. Incontra uno psichiatra che la libera definitivamente dalla diagnosi di schizofrenia, la sprona a scrivere e aggiunge “se non le va di socializzare, non socializzi”. Un incontro all’insegna dell’accoglimento della soggettiità e non della pretesa di correggere, stravolgere, cambiare l’altro. Il rapporto con lo psichiatra sembra completare il processo di accoglimento e legittimazione che si era avviato nella relazione con l’amico Frank. Janet, riconosciuta e rispecchiata nel suo specifico modo di essere nel mondo, è a sua volta libera di “riconoscersi”, di accettarsi con le sue doti e le sue fragilità. Può appropriarsi pienamente della sua identità di scrittrice e scegliere un “suo posto” dove vivere, rinunciando al mondo esterno e alla socialità.

Torna in Nuova Zelanda dove trascorrerà il resto della sua vita dedicandosi alla scrittura. La vediamo nell’ultima scena nella sua roulotte, mentre sente una musica che proviene dalle case circostanti. Accenna qualche goffo passo di danza che si trasforma in un canto-poesia “Hush, hush, hush…l’erba, il vento, l’abete, il mare dicono hush, hush, hush…”. Nelle dita che toccano i tasti della macchina da scrivere possiamo vederla in una danza, leggera come la danza delle dodici principesse che immaginava nel letto con le sue sorelle, così diversa dal ballo grottesco, concreto, violento delle “feste” in manicomio.

La storia di Janet Frame tocca e commuove lo spettatore, mostrando come, anche in una situazione che appare priva di speranza, si possa incontrare un “Angelo”. Non a caso la Frame sceglie questi versi di Rilke per dare il titolo alla sua autobiografia:

             Reste tranquille, si soudain

               l’Ange à ta table se décide

efface doucement les quelques rides

         que fait la nappe sous ton pain.[1]

[1] Rainer Maria Rilke, Verzieri, in Poesie francesi, trad. it Crocetti, Milano, 1989.

“Non turbarti se d’improvviso

l’Angelo al tuo desco si destina

cancella dolcemente le pieghe

che fa la tovaglia sul tuo pane.”