L’insulto. Commento di Giovanna Maria D’Amato

L’insulto

Commento di  Giovanna Maria D’Amato

 

Il Film del regista libanese Ziad Doueiri, premiato alla mostra del cinema di Venezia 2017, è un piccolo gioiello, condensato di temi psicologici, su uno sfondo politico che trova la sua ragion d’essere, proprio come diceva S.Freud, nel caos di dinamiche emotive che si scatenano quando l’agito è una manifestazione della psicologia delle masse, in cui “gli affetti si esaltano e il pensiero si inibisce”. La massa è presente dall’inizio del film, con la scena di un raduno di propaganda ossessivamente patriottica e cristiana a Beirut, nei giorni nostri, organizzato dal partito di Bashir Gemayel, il leader politico assassinato nel 1982, esponente di una dinastia politica ancora attiva e che fondamentalmente rappresenta i cristiani di destra, mentre sullo sfondo campeggia un manifesto con l’immagine del leader, come se fosse ancora vivo.

L’azione muove da uno scontro banale per il suo contenuto, che subito però tracima come un torrente in piena in una violenza verbale e fisica, fino ad arrivare in tribunale. Lo scontro avviene tra un meccanico libanese, cristiano, e un profugo palestinese, in una Beirut apparentemente lontana dalla guerra civile che ha insanguinato per anni le sue strade. La guerra civile è finita in Libano nel 1990, dopo venti anni di scontri tra le 18 confessioni religiose che ci vivono, e il coinvolgimento diretto del Libano nel conflitto tra l’OLP e Israele. Yasser, il palestinese, è un ingegnere che nella sua condizione di profugo svolge mansioni di capocantiere in una impresa edile, con la perizia e l’efficienza che le competenze di cui è in possesso gli consentono, ma anche con la vulnerabilità e la precarietà lavorativa determinata dal suo status di profugo. Toni, il cristiano libanese, forte della sua condizione di cittadino in casa propria, infastidito dalla sola presenza e vicinanza del cantiere diretto dal palestinese, lo provoca a più riprese, fino a scatenarne la rabbia in una risposta che prende la forma di un grave insulto, inaccettabile per la “dignità” e soprattutto per la condizione civile di superiorità di Toni. A tentare di appianare lo scontro sono il direttore dei lavori, che si vede minacciato dalla possibilità di perdere un ottimo capocantiere, e, come al solito, mi viene da dire, le donne, le mogli di entrambi, più legate ai valori fondanti della vita, più consapevoli della vita e della morte, per fare di un insulto una tragedia. Quale è l’insulto più grave? Quello del palestinese, che ha dato del “cane” al libanese, o quello del libanese che dice al profugo, costretto suo malgrado dal direttore dei lavori a un incontro di scuse, “magari Sharon vi avesse sterminati tutti fin dal primogenito” ?

E’ qui che lo scontro assume la sua verità profonda. Trascinato in aula di tribunale si rivela per quello che è veramente: l’odio antico tra genti diverse, che la cosiddetta pacificazione non ha sedato, ma, come un fuoco che cova sotto la cenere, è pronto a divampare. Ed è molto bello che lo scontro in tribunale sia gestito per l’aspetto giuridico da un padre e una figlia, come a mettere di fronte anche qui qualcosa di più che due avvocati, ma due generazioni, e anche due status psichici diversi, quello di padre e quello di figlia, per l’appunto. La figlia difende il palestinese, il padre il libanese. Si rappresenta in aula la tragedia di questi popoli mediorientali martoriati per secoli da conflitti di cittadinanza per coesistere nella loro diversità che li vede accomunati soltanto dal bisogno primordiale che è di tutti gli uomini: avere un posto che sia casa, contenitore, rifugio, una appartenenza riconosciuta e legittimata dal consesso umano. Come è possibile intendersi? conciliare esigenze distanti che per il fatto stesso di essere diverse e distanti, diventano fortemente persecutorie? Presto lo scontro in tribunale diventa lo scontro tra fazioni, i palestinesi e i cristiani, gli occupanti legittimi e quelli sentiti come invasori. Il singolo scompare nella massa, con gli effetti così ben descritti da Freud, e prima da Le Bon, da lui stesso citato. “La massa è impulsiva, mutevole e irritabile. E’governata quasi per intero dall’inconscio” (Le Bon). “La sua affettività viene straordinariamente esaltata…. È un risultato che può essere conseguito unicamente mediante l’annullamento delle inibizioni pulsionali peculiari ad ogni singolo individuo..” (S.Freud). Ma dietro la storia dei popoli c’è quella degli individui, con i loro traumi non elaborati e l’aggressività repressa dalle necessità della vita, della pace, dalla necessità di trovare un compromesso all’abitare in tanti questo pianeta, tutti con l’esigenza di delimitare confini che mentre stabilizzano rendono nemico tutto ciò che è fuori da quei confini. Mi viene da pensare, su scala allargata, al conflitto della crescita, della differenziazione e dell’accettazione dell’altro, il conflitto che è alla base del divenire e, pur mai sedandosi del tutto, tuttavia è necessario che venga maneggiato, digerito, assimilato, per poter consentire la vita al di qua della follia.

In qualche modo è quello che succede nell’aula di tribunale, grazie al lavoro e alla battaglia tra gli avvocati, che riescono a fare emergere il passato individuale delle persone, soffocato nel silenzio della tragedia generale della storia. Ed è particolarmente interessante che sia il padre, il difensore del libanese, che andando a scavare nella storia individuale di Toni, fornisce alla corte gli strumenti per decidere, ma anche ai due contendenti gli strumenti per la rivisitazione della propria storia, come un genitore che sostiene e incentiva il lavoro di elaborazione. Allora viene fuori il dolore personale del cristiano libanese, che a sei anni è stato uno dei pochi superstiti del massacro operato dai fedahyn nella sua cittadina natale, e il cui dolore taciuto per tutti questi anni non gli ha mai permesso di tornare laggiù, nonostante vi abbia ancora una casa, e nonostante le sollecitazioni della moglie, convinta che si vivrebbe meglio, anche per il figlio che nascerà, in un posto più piccolo, lontano da Beirut. Ma la moglie non sa della devastazione interna che lui si porta dentro, ed egli si considera ormai, vuole considerarsi, un nativo di Beirut, quasi a negare tutto il suo primo tratto di vita, interrotto in modo tanto traumatico. Sarà il suo avvocato difensore, l’avvocato- padre, a svelare questa storia personale che è anche storia collettiva, ma sembra dimenticata, come un chirurgo che fruga, non tanto gentilmente, in una piaga chiusa, non guarita.

E’ impossibile non pensare alle tante guerre che insanguinano il mondo, e a come quando in qualche parte finisce, sembra che la vita faccia in fretta a riaggiustare l’aspetto dei luoghi e delle persone, come se ci fosse dappertutto una voglia di dimenticare, di andare oltre, l’idea di poter fare a meno di “apprendere dall’esperienza”. Le persone vanno avanti con i loro mondi interni devastati, e la rabbia sepolta, (che si chiami sete di giustizia, o di vendetta, o semplicemente tutto il negativo non elaborato di esperienze drammatiche) trova il modo di esprimersi in agiti che non fanno che perpetuare la catena di violenza. Non voglio addentrarmi qui nel discorso politico di chi ci guadagna da tutto questo, ma non si può dimenticare che le guerre sono volute e stabilite altrove, da qualcuno cui prodest, evidentemente, e che fa leva sulle emozioni degli individui..La psicoanalisi contro le guerre? Magari….. Le guerre sono agiti delle masse con dietro il pensiero perverso di quelli a cui servono, le atrocità che ne conseguono sono il risultato di quell’annullamento delle inibizioni pulsionali e di quel ritorno agli stati primitivi dell’essere coi suoi meccanismi primordiali di attacco e difesa.

La psicoanalisi è pensiero. Il lavoro di elaborazione consente di alleggerire la persecuzione, riconciliarsi con la parte ostile, e maneggiare l’aggressività facendone uno strumento di riconoscimento e comunicazione, piuttosto che di distruzione. Non sarà un agito quello che porterà il profugo palestinese a provocare il cittadino libanese fino a farsi restituire le percosse che lui stesso gli aveva dato, dopo avergli però ricordato la storia di dolore del suo popolo senza terra, come in un pareggiare i conti tra fratelli di diverso sangue, ma figli della stessa umanità; e non sarà un impulso senza pensiero quello che indurrà il cittadino libanese a soccorrere il “nemico” in panne con la sua vecchia automobile, e a rimetterla in moto con la sua competenza di meccanico. Così dal basso, fra persone singole, in un evento che appartiene alla comunità di entrambi, un trauma comincia ad essere elaborato e una pacificazione tra uomini si avvia. Quando il giudizio avrà fine, a sentenza emessa, una sentenza che sembra catartica per molta gente, al di là dei due contendenti, i due si scambieranno un sorriso da lontano, un lento, parco, intenso sorriso che sembra suggellare l’avvento di una pacificazione reale, quella interna.