Segreti e bugie. Commento di Roberta De Lorenzis

Segreti e bugie

Commento di Roberta De Lorenzis

“The Truth” (La verità). Questo il titolo di lavorazione di un film del 1996 scritto e diretto da Mike Leigh e diventato ufficialmente “Secrets & lies” (Segreti e bugie), vincitore della Palma d’oro al 49° festival di Cannes. L’inversione, apparentemente paradossale, tra il titolo provvisorio e quello finale sembra, invece, esprimere un legame profondo tra i due. Il senso è racchiuso in quel processo psichico che a volte spinge l’essere umano ad allontanarsi da una verità intollerabile trincerandosi in muri difensivi di segreti e bugie. La fine di una vita, il funerale di un’anziana mamma, è l’inizio del film. Da qui, dal dolore del lutto, una figlia adottiva, alla soglia dei trent’anni, inizierà a fare i conti con un’altra perdita rimasta sepolta per molti anni: “Voglio sapere chi mi ha messo al mondo, se hai un tempo limitato a disposizione cerchi di mettere ordine nella vita”. Questa la riflessione esistenziale di Hortense, giovane e borghese optometrista di colore che, all’indomani della morte dei genitori adottivi, decide di conoscere le sue origini avendo a disposizione solo la firma della madre naturale su un certificato di adozione. La volontà di cercare la verità e di oltrepassare quel ‘divieto’ di accesso alla conoscenza di una parte di sé bloccata, diventa la spinta verso un processo di autenticità che, partendo da Hortense, coinvolgerà tutti i protagonisti del film. Un viaggio nel mondo del non detto, alla scoperta di vite ‘sciupate’, segnate dall’assenza e dalla precarietà emotiva, ma rese ancora più faticose dalla presenza di tanti pensieri impensabili.

“C’è un errore”, dice Hortense incredula, nelle prime battute del film, all’assistente sociale che le fornisce le poche informazioni presenti sul certificato di nascita, “qui c’è scritto madre bianca!”. Il diverso colore della pelle crea sconcerto e sembra sottolineare il senso di estraneità e di distanza emotiva da quella donna che ha deciso di non tenerla con sé.

Londra, stazione di Holborn, Hortense si muove avanti ed indietro sul marciapiede mentre attende di incontrare la madre naturale per la prima volta. Dietro di lei, una donna di mezza età, ferma in piedi, fuma nervosamente una sigaretta. E’questa, una delle scene più toccanti del film. Una madre ed una figlia così vicine eppure così estranee, non possono riconoscersi perché i loro sguardi non si sono mai incrociati. Risuona dunque come un tuono la reazione di Cynthia quando Hortense le parla per la prima volta: “No gioia bella, hai chiamato la persona sbagliata, qualcuno ti ha fatto uno scherzo! Non sono mai stata con un nero in vita mia, grida Cynthia, mentre un pensiero, forse legato al ricordo di una violenza rimossa, sembra riemergere alla coscienza e assalirla con veemenza, immobilizzandola e facendola esplodere in un pianto di vergogna e disperazione.

Cynthia è una donna matura, fragile e infelice, che vive in condizioni di grande disagio nella casa famigliare ormai decadente in cui, dopo la morte della madre quando era ancora bambina, si è dovuta occupare del padre e del fratello minore. Bloccata in quella realtà, Cynthia conserva vestiti e oggetti della famiglia di origine mentre smarrisce continuamente il senso della sua vita attuale alle prese con la figlia Roxanne, anche lei nata da un rapporto occasionale. Roxanne, ventenne aggressiva e distante, insoddisfatta di se stessa e del suo lavoro di operatrice ecologica, sembra vivere incastrata nel ruolo di ragazza ‘stupida’ e sfiduciata, in costante conflitto con la madre. “Poi mi sei piombata addosso tu e quella è stata la mia rovina!”, le riversa addosso Cynthia durante un drammatico scambio di battute carico di rivendicazione. “Non ti ho chiesto io di venire al mondo”, urla Roxanne, “E nemmeno io ho chiesto di averti”, ribatte la madre in un rimbalzarsi di rabbia e frustrazione. La vita di Cynthia viene un po’ allietata soltanto dalle sempre più sporadiche telefonate e visite del fratello Maurice, diviso tra il suo lavoro di fotografo e l’agiata ma triste vita coniugale con Monica, una donna nevrotica e depressa che non può avere figli, dolore che custodisce segretamente. In continuo disaccordo con la cognata Cynthia, Monica nutre invece, insieme al marito, un grande affetto per la nipote Roxanne, vista nascere e accudita da piccola come una figlia.

La trama straordinariamente intensa di “Segreti e bugie” prende la forma di un dialogo triste e profondo che dura più di due ore. Un tempo protratto come fosse un tentativo di spingersi oltre per raggiungere i confini del ‘rimosso’, di ciò che nella psiche è ‘più lontano’. Nel film non accade assolutamente nulla se non telefonate e scambi di battute tra i personaggi rinchiusi in una bolla di solitudine, legati gli uni agli altri da una fitta rete di bugie che sembra isolarli da verità intollerabili e dagli aspetti più problematici della propria esistenza. In un mare di incomprensioni e risentimenti, il tocco del regista Leigh è così delicato da sembrare invisibile e privo di giudizio, ma insieme così intenso da coinvolgere nel profondo lo spettatore facendolo sentire emotivamente vicino ai protagonisti.

Nella cornice famigliare di ‘segreti e bugie’, non ci sono padri, perché morti o ‘dispersi’, fantasmi di una memoria negata. Ci sono i perché di una maternità rifiutata espressa nel rapporto tra Cynthia e Hortense, l’inquietudine e la rabbia di una maternità indesiderata visibile tra Cynthia e Roxanne e la frustrazione e l’accanimento per una maternità irraggiungibile che travolge Monica e Maurice. I figli, a loro volta, arrivano troppo presto nella vita dei protagonisti, o non arrivano mai; come Hortense tornano nei momenti più inaspettati oppure, al contrario, come Roxanne vorrebbero andare via per sempre. Le vite segnate da esperienze traumatiche sembrano amplificate dall’incapacità di affrontarle. Ed ecco che quasi tutti i personaggi appaiono come bloccati, ‘irrisolti’, rancorosi, inquieti e inquietanti. In questo fragile e doloroso scenario si innesta l’arrivo di Hortense che funge da cassa di risonanza per portare alla luce molti dei vissuti nascosti per anni dai protagonisti. La scenografia minimalista e la musica spesso assente restituiscono allo spettatore la sensazione che le cose accadano spontaneamente senza ricerca né fretta e che il dramma interiore dei personaggi si esprima soprattutto nella naturalezza dei loro rituali quotidiani.

Per Monica il vuoto della maternità si manifesta nell’ossessiva cura con cui si dedica alla sua leziosa dimora dove nasconde il suo tormento. Per Cynthia la tristezza e la precarietà affettiva si intravede nel vissuto alienante del suo lavoro di operaia in una catena di montaggio. Maurice, l’unico personaggio maschile positivo del film, diventa l’osservatore attento del vuoto esistenziale e della celata infelicità umana che coglie attraverso il flash della sua macchina fotografica. Nel suo studio arrivano persone belle e brutte, buone e cattive, vecchie e giovani; lui le accoglie tutte e le fotografa, senza distinzioni o giudizi.

Per Hortense la metafora della vita è ancora più chiara. Lei che passa le giornate a osservare gli occhi degli altri per migliorarne la vista, trova la forza di guardare dentro di sé per confrontarsi con l’opacità del proprio passato e soprattutto di guardare negli occhi la madre naturale che l’ha abbandonata, diventando un’enorme lente attraverso la quale l’intera famiglia potrà vedersi e riconoscersi all’interno di una storia ‘condivisa’. Proprio a lei viene affidato il ruolo più ‘attivo e coraggioso’ del film, forse perché, insieme al dolore della perdita, sembra l’unica ad aver ereditato anche l’esperienza di una buona relazione affettiva. La famiglia adottiva, seppur con i suoi limiti, l’ha amata: “I miei genitori mi volevano bene, era questo che contava”, afferma Hortense ad un certo punto. Con la sua pelle nera, il suo garbo e la sua gentilezza, nell’intraprendere la strada dell’accettazione, appare dolorante ma non rancorosa, fragile e solida insieme, in grado di instaurare rapporti emotivamente significativi, più in contatto con la propria sofferenza che bloccata emotivamente.

Quando Hortense trova il coraggio di entrare nella vita di Cynthia, dopo un momento di shock iniziale, gli incontri tra le due donne si intensificano. All’insaputa di tutti, madre e figlia si ritrovano a guardarsi negli occhi, a conoscersi, a confidarsi, provando a riallacciare la trama sfilacciata di una relazione interrotta sul nascere. Insieme trascorrono ore piacevoli e Cynthia sembra rinata, riprendendo una vita privata ferma da tanti anni. La decisione di portare Hortense alla festa del ventunesimo compleanno di Roxanne, presentandola come collega, diviene il momento ‘catartico’ del film, l’occasione per tutti i personaggi di abbattere il muro del silenzio e delle menzogne per condividere, finalmente, la propria parte di dolore. I festeggiamenti si svolgono solo apparentemente nel piacere e nella cordialità, mentre la tensione diviene via via più crescente. Ad un certo punto Cynthia non riesce più a tenere per sé la reale identità di Hortense e nel momento in cui quest’ultima si assenta, comunica ai presenti che è sua figlia.

“Basta con questi segreti e bugie!” è allora il grido disperato di Maurice in una delle sequenze finali. “Tutti nascondiamo un dolore, perché non condividerlo?” ricorda l’uomo mentre confessa la sterilità della moglie e la paura che la derivante pena e frustrazione possa rovinare il loro rapporto di coppia. Monica segue il marito confessando alla cognata che l’impossibilità di avere un figlio l’ha fatta allontanare da lei. Sulla scia del movimento liberatorio Cynthia parla a Roxanne del padre, un giovane americano studente di medicina, partito all’improvviso prima ancora di essere informato della sua paternità. Un finale lungo e straziante che rappresenta una resa dei conti durante la quale, in presenza di una mente disposta ad accogliere e ascoltare il dolore, cadono maschere e finzioni.

Il film si conclude con la scena che vede Roxanne, la sorellastra Hortense e la madre in un rapporto più sereno di conoscenza reciproca, che preannuncia la possibilità di una relazione nuova e più autentica.

“Segreti e bugie” è un invito alla speranza di poter ricostituire una fiducia nell’oggetto d’amore anche quando le esperienze primarie non sono state positive. Ma, anche nel lavoro terapeutico, ‘la riparazione’, intesa nel senso di riallacciare un rapporto interrotto con gli oggetti interni primari, non sempre è possibile. In questi casi la strada che si può intraprendere verso una direzione vitale è quella di riconoscere e isolare il danno ricevuto, attivando ‘accanto’ e nello stesso tempo in contatto con quella zona ‘arida’, un movimento di crescita e di trasformazione, questa volta possibile su un nuovo terreno costruito e fertilizzato dalla presenza di buone e nuove esperienze emotive con altre persone.

Confrontarsi autenticamente con la propria vulnerabilità, garantendole uno spazio interno per dimorare ed essere pensata, offre la possibilità di ‘cicatrizzare’ le ferite emotive e di andare incontro al futuro un po’ più alleggeriti dalle zavorre del passato. Perché, se i segreti e le bugie, allontanano e dividono, la verità invece crea legame, solleva e libera.