Il piccolo Archimede, commento di Claudia Altieri (20 aprile 2017)

Il piccolo Archimede. Regia di Gianni Amelio, Italia, 1979

 

Commento di Claudia Altieri

 

Toscana, anni ’30: Alfred Heines, professore inglese di Storia dell’Arte, sceglie di trascorrere l’estate in una splendida villa sulle colline che circondano Firenze per concludere la stesura del suo ultimo libro sulla pittura italiana del Medioevo, convinto di poter trovare lì, tra le lussureggianti colline della campagna italiana, quella serenità ed ispirazione necessarie al compimento del suo lavoro; con lui sono la giovane moglie Elizabeth e il loro unico figlio, Robin, di sette anni. Tutto intorno a lui è un costante richiamo alla vista, all’ammirazione e Alfred si rende conto ben presto di quanto, in realtà, quegli iconografici panorami più che nutrire la sua creatività, la stiano profondamente distraendo. Il suo lavoro langue, l’inchiostro cade distrattamente dal pennino a macchiare le pagine e quell’aspirazione ideale di bucolica tranquillità sembra allontanarsi rapidamente per far posto, in misura sempre maggiore, ad un’evidente frustrazione.

Anche le visite della signora Bondi, tenutaria della villa, che progressivamente si fanno sempre più frequenti, contribuiscono a rallentare il lavoro dell’uomo; la “padrona” è una donna eclettica e un po’ goffa, che irrompe inattesa e inopportuna a turbare la quieta atmosfera della villa, facendo mostra della sua perenne insoddisfazione e insensibilità verso tutto ciò che non la riguarda direttamente. Alfred, tuttavia, si scopre anche incuriosito dalla sua figura, attratto da una certa vulnerabilità che in lei scorge oltre quell’apparenza di volgare e ottusa “padronalità”. I coniugi Bondi, infatti, non hanno figli e Alfred scopre ben presto, negli sguardi amorevoli, ma tristi che la donna rivolge a suo figlio, tutta la frustrazione e il dolore per la sua maternità negata.

I giorni trascorrono lenti e la bellezza del panorama riesce a soddisfare Alfred sempre meno; è infastidito, frustrato dalla lentezza con cui il suo lavoro procede e dal tramonto del suo idealistico progetto. E’ in questo momento che, per pura casualità, si imbatte in una scoperta destinata a cambiare il senso della sua esperienza italiana. Incamminatosi alla ricerca di Robin, scappato a giocare nel vicino bosco, Alfred trova un bambino, Guido, figlio dei contadini che lavorano la terra della signora Bondi, la stessa sulla quale sorge la villa attualmente occupata dalla sua famiglia.

Il piccolo Guido, analfabeta e orfano di madre, entra a far parte della quotidianità di Alfred e della sua famiglia. Durante i lunghi pomeriggi di gioco con il piccolo Robin ed i pasti consumati insieme, Alfred ha modo di osservare e conoscere il nuovo arrivato e scoprirne a poco a poco le straordinarie doti intellettive. Sebbene privo di qualunque scolarizzazione, Guido è depositario di un talento naturale e straordinario che lo porta a riconoscere ed apprezzare la musica classica, riuscendone a riprodurre perfettamente le sonorità dapprima solo con la voce e poi anche attraverso l’uso del pianoforte, strumento che Alfred gli regala appositamente oppure, ancora, a comprendere la matematica e la geometria. La genialità di Guido emerge giorno dopo giorno, guidata dalla mano affascinata e sapiente di Alfred che sembra non volerne forzare l’essenza, quanto piuttosto permetterle semplicemente di fiorire.

Alfred è convinto di trovarsi dinanzi ad un talento assoluto, di aver trovato quel genio puro che solo la terra italiana di Leonardo, Giotto, Michelangelo è capace di generare; inizia a fantasticare di lasciarlo crescere e sviluppare con la sua stessa naturalezza, a proiettare in lui la sua intelligenza, la sua sensibilità culturale ed emotiva. Sulla scorta del suo entusiasmo, Alfred sembra aver quasi bisogno di condividere con qualcuno le sue fantasie e finisce così per farlo con la signora Bondi, decantando alla donna le straordinarie capacità di Guido e le molteplici possibilità che egli immagina possano prospettarsi in futuro per il bambino. L’attenzione che Alfred ha per Guido, molto superiore a quella che ha per il proprio figlio Robin, accende la curiosità della signora Bondi e il suo desiderio di possesso, alimentando altresì fantasie antiche legate alla sua maternità negata. Così la donna, nel maturare l’idea di prendere Guido con sé, strappandolo alla sua famiglia d’origine, sembra quasi voler “catturare” la piccola preda selvaggia per ammaestrarla e trasformarla in un “enfant prodige” da far conoscere al mondo e ottenere così una sorta di risarcimento per quel figlio, tanto desiderato e mai avuto, e per tutte quelle ambite soddisfazioni che la vita le ha sempre negato.

Quando Alfred realizza l’aridità dei propositi della donna e ne intravede la tragica meschinità, ormai è troppo tardi; a nulla vale l’offerta che egli fa al padre di Guido di occuparsi a distanza degli studi e della formazione del bambino, giacché “quando la sig.ra Bondi vuole qualcosa, trova sempre il modo di prendersela”.

Proprio quando la conoscenza di Guido si arricchisce di nuovi elementi e Alfred intravede altri e incredibili talenti, lui e la sua famiglia sono costretti a partire per la Svizzera. Il dolore che Alfred prova nel lasciare Guido è talmente acuto da impedirgli di dire al bambino quanto sta per accadere sino al giorno della loro partenza; forse Alfred non sta solo lasciando qualcuno al quale si è profondamente legato, ma una vera e propria parte di sé, quella parte creativa e geniale che da troppo tempo non era più in grado di contattare. Alfred prova a dare al bambino un tempo, per permettergli di sapere quando torneranno, ma Guido non sa quante sono “quattro settimane”: sa spiegare il Teorema di Pitagora con un legnetto sulla sabbia e comprendere la geometria e il calcolo matematico, ma non sa “cosa” sia lo scorrere del tempo. Alfred decide allora di servirsi di un libro che gli ha regalato e gli dice di contare una pagina per ogni giorno che saranno lontani; un lembo piegato sulla ventottesima pagina annuncerà a Guido il loro ritorno.

Inaspettatamente la permanenza della famiglia Heines in Svizzera si protrae più del previsto e a nulla servono le numerose cartoline che Alfred spedisce a Guido in sua assenza; Guido non sa scrivere, non può rispondere, almeno fino a quando – molti mesi dopo – una nota dalla grafia incerta raggiunge Alfred. I sorrisi alla vista di quella busta stropicciata e al pensiero delle enormi peripezie che Guido deve aver compiuto per spedirla si spengono quando il messaggio si dispiega in tutta la sua disperata e concisa chiarezza: “Sono dalla padrona, non mi piace. Ha rubato il mio libro, non voglio suonare più. Voglio tornare a casa. Venga subito. Mi aiuti. Guido”. Alfred si precipita nuovamente in Toscana, dal padre di Guido, ma è troppo tardi: gli viene data la notizia più tragica, quella più inaspettata e dolorosa: Guido è morto.

Sono gli occhi vacui e appannati dal dolore del padre di Guido a parlare, non la sua bocca e solo quando, nella scena successiva, Alfred si reca a Firenze dai signori Bondi, anche allo spettatore viene svelata la verità su quanto accaduto. E’ il signor Bondi a parlare: Guido è caduto da una finestra del soggiorno, forse per guardare in cortile, forse per giocare con un passerotto. Alfred non crede alle sue parole, non crede al dolore che, come gli viene detto, ha straziato la consorte. Alfred è lì per lanciare un ultimo, disperato grido d’accusa, che si perde però nel dolore e nella colpa di chi, in misura alla fine equivalente, non ha saputo guardare oltre le proprie necessità.

“Il piccolo Archimede”, tratto dall’omonimo racconto di Aldous Huxley del 1924, è un film intenso, un esperimento televisivo che colpisce per la sua abilità di coniugare una linearità di esecuzione con una profonda complessità di contenuto; è un film che accarezza molteplici corde emotive, senza suonarne nessuna fino in fondo, connotandosi così di sfumature molto diverse. E’ un film che parla di numerosi argomenti, senza mai diventare un film su uno di essi; è un film, ad esempio, che dice sicuramente qualcosa sulla genitorialità acquisita, ma non è un film sull’adozione. Le due modalità che Heines e la signora Bondi propongono per far fronte alla disagiata infanzia di Guido, infatti, anche se prospettano esiti diversi, muovono entrambe da reconditi bisogni personali non riconosciuti; per quanto, infatti, Heines sembri intenzionato ad aiutare Guido sostenendo la sua famiglia di origine, di fatto lo abbandona al suo destino, impedendo così al suo innegabile entusiasmo di disancorarsi da un bisogno tutto personale di vedere nel bambino il “suo” piccolo genio. Guido è senza dubbio dotato di un talento naturale, di un dono prezioso che nulla ha a che fare con lo studio, la preparazione e forse è veramente un “genio”, ma se ne può realmente avere la certezza? Che peso e ruolo hanno i bisogni individuali di Alfred e della Signora Bondi nella strutturazione o addirittura nella creazione di questa parte di lui? In modi e per ragioni diverse, gli unici due veri protagonisti adulti di questo film sembrano mossi da sfumature emotive più profonde che la regia di Gianni Amelio non intende celare; entrambi, infatti, sembrano catturati da Guido, incapaci di farne a meno. L’idealizzazione potente che li ha spinti a proiettare in lui una prospettiva risarcitoria, per quella creatività così sfuggente in Alfred e per quella maternità che la vita ha negato alla Signora Bondi, sembra quasi porsi come l’unico elemento che sostanzia il legame di queste due figure con il bambino, ciò che occupa tutto lo spazio della realtà presente e dell’immaginazione di un futuro. Tutto per entrambi sembra rivitalizzarsi, assumere nuovi significati nel momento in cui Guido entra (o forse viene trascinato) nelle loro vite. La peculiarità di questo film risiede forse proprio in questo aspetto, nel suo proporsi agli occhi dello spettatore come qualcosa di aperto a molteplici letture emotive; offre la possibilità di cogliere la sensibilità d’animo e la potenza della ricchezza culturale, senza però celare l’aridità dell’insoddisfazione individuale e il bisogno, agito diversamente dai due protagonisti, di “creare” un piccolo genio che sopravviva ad essi.