Daniela Bruno. La fiaba perfetta. Commento di Annalisa Scanu (16.09.2016)

 

 

 

Daniela Bruno. La fiaba perfetta. La lettura delle fiabe popolari e il loro uso in una visione psicoanalitica. Milano: Franco Angeli, 2016

 

Commento di Annalisa Scanu

 

 

Le fiabe, quelle di tradizione orale, hanno ancora qualcosa da dirci?

Questo libro suggerisce diverse risposte e stupisce anche un po’….. Nella fiaba “Il re Moro” una ragazza, accompagna il povero padre a raccogliere l’erba per i conigli. Nella ricerca trova un cavolo d’oro. Lo tira con tutta la forza che ha e questo lascia una buca enorme con in fondo dei gradini. Scendendo i gradini la giovane si troverà in un palazzo sontuoso e pieno di ricchezze.

Ecco, è questa l’immagine che più rappresenta il lavoro di Daniela Bruno.

Scrivo lavoro e non libro perché il libro racconta di un percorso trentennale, iniziato nella scuola Iqbal Masih di Roma diretta da Simonetta Salacone (alla quale è affidata la postfazione del volume) e rivolto ai bambini, ai loro insegnanti e genitori. Tale percorso era finalizzato all’analisi del gruppo classe, delle problematiche dei singoli bambini o dal gruppo, a promuovere l’inserimento facilitato di bambini portatori di un disagio psichico o di bambini stranieri o rom. Per anni si sono avvicendati seminari volti all’alfabetizzazione degli insegnanti relativamente al vissuto emotivo e alla sua valorizzazione, contribuendo alla crescita della consapevolezza relativa portata dello “strumento fiaba”, capace di stimolare l’espressione dei bambini, al fine di conoscerli più intimamente e poterli aiutare più efficacemente nelle fasi critiche del loro sviluppo. Ho avuto la possibilità di partecipare ad un ciclo di seminari dall’autrice tenuti all’Aippi e destinati alle terapeute che volessero acquisire tale metodo.

Torniamo di nuovo alla fiaba “Il re Moro”, che ho conosciuto proprio in quell’occasione.

Certamente ognuno di noi ha avuto esperienze di fiabe: chi nella propria infanzia, chi anche più avanti nell’adolescenza, chi con i propri piccoli pazienti o con i propri figli. Ma la buca enorme che mostra i gradini e poi il palazzo sontuoso erano una scoperta che nessuno di noi si sarebbe aspettato! Ma in cosa consiste questo metodo? Provo a descrivere i pensieri suscitati dal primo incontro del seminario. Io e gli altri partecipanti avevamo presunto di trovarci di fronte a una situazione nota, sebbene insolita: non capita spesso di stare tra adulti ad ascoltare storie. È stato un po’ come stare seduti intorno a un vecchio focolare, o all’aperto, in una calda sera d’estate tra le strade di un paese. La narratrice diede inizio alla storia, ma fermandosi e facendoci soffermare quasi subito. Ma come? -abbiamo pensato tutti- Vogliamo andare avanti! Non abbiamo neanche capito di cosa parla la storia!Ben presto è stato chiaro che ogni riga era depositaria di uno scrigno, come se in ogni parola si potesse aprire una finestrella di domande e di significati. Là dove tutti avrebbero visto solo erba per conigli, la narratrice mostrava il cavolo d’oro e invitava a coglierlo. E il gruppo si attivava, prendeva vita e cautamente procedeva al ritmo della narratrice, non oltre! Non oltre, anche se la curiosità era tanta, ma il gusto di stare dentro la storia, di non abbandonarla in fretta, era più forte. Il tempo nel gruppo trascorreva tra fantasie e associazioni. Alla fine dell’incontro si scoprì di aver letto solo 1-2 pagine! Che fonte di stupore per noi adulti, così abituati a consumare i libri velocemente, quasi a ingurgitarli! E poi? Che ne sarà dei personaggi? Abbiamo cominciato a chiederci. È stato necessario tollerare l’attesa degli incontri successivi per conoscere il finale, ma in parallelo un processo si era attivato, e ogni partecipante ha avuto modo di sentirsi parte della storia, immaginando e ipotizzando possibili scenari. Che esperienza rigenerante!

Ma cos’è che la rende così speciale? Innanzi tutto l’uso della fiaba popolare, di tradizione orale, di cui Daniela tratteggia l’evoluzione e l’accendersi dell’interesse nei suoi confronti a partire dal romanticismo tedesco. L’intento della loro trascrizione, a partire dai fratelli Grimm, era di preservare la ricchezza della cultura del popolo.Tra gli autori, traduttori e trascrittori citati troviamo oltre ai Grimm, Italo Calvino, Collodi, Charles Perrault, Basile, Capuana, Gatto Trocchi, Giuseppe Pitrè e perfino Antonio Gramsci!

Il fascino delle fiabe popolari si lega a quella che Daniela Bruno definisce la loro “caratteristica saliente e stupefacente”: la presenza di temi ricorrenti distribuiti capillarmente a qualunque latitudine del pianeta. Esse hanno le loro radici nei miti.

Scrive l’autrice: “La fiaba è un mito modesto, dove il sacro si è ritirato, ormai fuori dalla portata dell’umano, a seguito della mutazione dell’ordine sociale e religioso, dove i protagonisti umani, a volte in forma regale o umile o fatata o animale rappresentano tutti gli aspetti dello psichismo per mostrare l’itinerario complesso della crescita e della soluzione dei problemi a questa connessi.”

Il libro tutto è impregnato di psicoanalisi, in forma esplicita in alcuni capitoli, che tuttavia non sono necessariamente i “più psicoanalitici”, direi forse i più illustrativi. Tali contributi prima di parlare di Freud e della funzione preminente che egli attribuisce alla fiaba di dare soddisfazione al processo primario, illustrano quella che forse è la funzione principale delle fiabe, quella di metterci in contatto, attraverso il costante riferimento a elementi predatori come i lupi, gli orchi, le maledizioni, con la nostra vulnerabilità e addestrarci a difenderci dalla morte, dalla morte predatoria come si declina nelle fiabe. Le fiabe hanno inoltre il potere di alfabetizzare alla conoscenza della gelosia, dell’invidia, della possessività, dell’avidità, esse illustrano il superamento della condizione fusionale, descrivendo il processo della separazione come inevitabile e al tempo stesso interessante. Il Complesso Edipico, anche nelle sfaccettature incestuose, è un tema trattato con grande frequenza.

È possibile comprendere la fiaba attraverso la distinzione che l’autrice fa tra le “forme” (trattate nel capitolo 6) e i “temi” (trattati nel capitolo 7) .

Le prime si riferiscono a soggetti quali la matrigna, la strega, la vecchina, l’orco, la bestia, il principe, il lupo, il cacciatore, i quasi morti, le mani mozze; i secondi fanno riferimento alla separazione, all’incontro con l’altro diverso da sé, all’incesto, alla gratitudine, l’avidità, la gelosia, il senso di colpa, la morte, la scurrilità, la stupidità, l’onnipotenza, le parti del sé. Sia le forme che i temi della fiaba popolare colpiscono immediatamente per la loro forza e talvolta per la loro crudezza. A essi si contrappone, depotenziandoli e smorzandoli, quella che l’autrice, nel capitolo 13 definisce la “letteratura contemporanea edulcorata”.

Qual è l’origine di tale contrapposizione? Viene da ripensare al capitolo 8 che tratta de “Il significato della vita”. Esso ci ricorda che l’infanzia di oggi è oggetto di grande considerazione e che, parte di questa è l’esito di un tentativo proiettivo dei genitori di soddisfare in modo onnipotente i propri desideri. E in questo desiderio di produrre uno stato di beatitudine perenne nel bambino vi è il tentativo di proteggere da qualsiasi sentimento di tristezza, da qualsiasi incrinatura, spesso attraverso l’offerta di beni di consumo acquistati ne “l’ebete allegria dei centri commerciali” che illusoriamente colmino quel vuoto che un pensiero di mancanza può indicare. Viene allora in mente quanto osservato dall’antropologo francese Marc Augé (2002) a proposito dei “non luoghi”: spazi tipici della surmodernità, dediti alla circolazione, alla comunicazione e al consumo, privi di una identità, di una storia e della capacità di produrre relazioni durevoli. Tra questi, non luogo per eccellenza è Disneyland dove si possono incontrare la Bella Addormentata, Topolino e Biancaneve in quella che risulta una “finzione al cubo”.

Le fiabe popolari di tradizione orale richiamano invece la storia, l’identità e la loro capacità di riunire grandi e bambini anche attraverso la durezza e l’autenticità della sofferenza, ma al tempo stesso di indicare una strada per l’evoluzione, lo sviluppo, la crescita. Esse permettono di parlare della morte e, parlandone, di educare alla morte, tema col quale non abbiamo più familiarità e che impedisce di consolare il pianto dei bambini orfani o trattare con coraggio la solitudine e l’abbandono che vivono i bambini adottati anche se colmati d’amore dalla nuove famiglie.

Se questi sono i temi che le fiabe di tradizione orale hanno il coraggio di trattare, l’altro ingrediente fondamentale è l’enfasi sulla relazione, sul contenimento consapevole dentro la relazione che il metodo di Daniela Bruno propone. L’Autrice cita Anne Alvarez e Wilfred Bion e i loro apporti che evidenziano la necessità di rendere pensabili i contenuti scomodi, attraverso un contenimento empatico che accetti eventuali proiezioni o attacchi, senza respingerli, senza giudicarli. Richiamando la funzione della rêverie, attraverso la fiaba è possibile fare esperienza di un contenuto interno e della sua modificazione in una forma più digeribile e accettabile dalla mente.

Daniela Bruno si sofferma a distinguere le strutture psichiche normali da quelle intrise di sofferenza, spiegando quanto sia importante, come indicatore di forte malessere psicotico, l’identificazione con il cattivo del racconto da parte di un bambino. Ed è proprio per dare spazio anche alle sofferenze più profonde che è necessario saper scegliere la fiaba, a seconda delle necessità del gruppo, dell’età, delle problematiche rilevate.

L’autrice spiega come scegliere una fiaba, fornendo alcune illuminanti esemplificazioni. Alcune fiabe sembrano “elementari”, legate a un livello primitivo di funzionamento della mente, perché esprimono la soddisfazione onnipotente dell’impulsività e il senso di giustizia secondo l’arcaica legge del taglione. Così danno sfogo a quella che Piaget ha definito “giustizia retributiva” con carattere espiatorio, volta a provocare sofferenza soddisfacendo il desiderio di vendetta, tipica dei bambini prescolari e che talvolta riemerge con forza anche negli adulti “più evoluti”. Una giustizia che cerca di “spazzare via” il nemico e far sentire finalmente al sicuro. In altre fiabe le emozioni sono elaborate a un livello di maggiore maturità, lasciando un margine di pensabilità rispetto all’ambivalenza. In genere i livelli primitivi ed evoluti coesistono nella mente di ognuno di noi e anche le fiabe non parlano un linguaggio univoco, ogni persona trova nella fiaba la propria interpretazione e adatta la fiaba stessa alla propria visione del mondo.