Le molte facce del bullismo di L. Iannotta (23.07.2016)

Le molte facce del bullismo

di Lorenzo Iannotta

Bullismo: una parola, molte sfaccettature?

Secondo le ultime stime ufficiali uno studente su tre è stato vittima almeno una volta di atti di bullismo e non si contano più i filmati violenti o di cattivo gusto registrati in classe attraverso telefonini e riversati sui siti internet. Il fenomeno del bullismo si manifesta con sempre maggiore frequenza tra i banchi di scuola, e non solo: molestie fisiche e sessuali tra compagni di scuola, violenze di giovani ultrà che trasformano gli stadi in campi di battaglia, ma anche episodi  che arrivano a coinvolgere i professori. Dal punto di vista sociale son partiti i primi provvedimenti. È solo questione di giorni: poi le modifiche della disciplina vigente in materia di statuto degli studenti frequentanti le scuole medie e superiori, che introducono sanzioni più pesanti per studenti bulli e vandali, diventeranno legge. L’inasprimento delle punizioni – che prevedono il superamento dell’attuale limite di sospensione dalle lezioni di soli 15 giorni – ha già ottenuto l’approvazione del Consiglio di Stato e del Consiglio nazionale della pubblica istruzione. Ma non bastano le misure repressive. Il bullismo è un fenomeno complesso che affonda le sue radici in un profondo disagio esistenziale tipico dell’età adolescenziale e pre-adolescenziale e che va affrontato sotto i differenti aspetti psicologici, sociali, scolastici.

Più forti in gruppo?

Gli episodi di bullismo si consumano il più delle volte in gruppo. C’è infatti una fase, durante l’adolescenza, in cui il gruppo dei coetanei diventa il principale punto di riferimento. I ragazzi, spesso soli, confusi cercano di difendersi dalla solitudine, dall’ansia, da una diffusa sensazione di malessere, talvolta di angoscia, di frustrazione, dalla “paura” della complessità del mondo che li circonda, rifugiandosi in una dimensione collettiva. E’ un passaggio necessario che permette all’adolescente di avviarsi verso l’indipendenza propria dell’età adulta e di rimodellare i propri legami all’interno della famiglia con modalità diverse da quelle dell’infanzia. Il gruppo dei coetanei fornisce quindi ai ragazzi la possibilità di sentire colmato il vuoto lasciato dai legami infantili interni alla famiglia, di condividere conflitti e ansie proprie dell’età, di sperimentare un forte sentimento di appartenenza e di potere o, anche, di onnipotenza. Quando poi il gruppo si sente minacciato dall’esterno, per esempio dal biasimo degli adulti o dalla rivalità con altro gruppo, subentra un patto difensivo secondo la legge: “Tutti per uno e uno per tutti”.

Quando il gruppo diventa “banda”?

Ognuno di noi si definisce quotidianamente attraverso l’appartenenza a diversi gruppi che vanno dalla famiglia verso l’esterno: la scuola, gli amici, i colleghi di lavoro. In essi sono accolti i bisogni individuali e trova spazio l’espressione della propria personalità. In quest’ottica, dunque, sono i legami emotivi la base della costituzione di un gruppo. Esistono gruppi spontanei e che hanno una durata limitata e gruppi con una struttura stabile e organizzata. Ad un livello maturo ed esplicito il gruppo funziona sulla base della cooperazione dei suoi membri; tuttavia, anche in questo caso, bisogna considerare che nel gruppo sono attive forze emotive potenti che possono indurre un membro, o anche l’intero gruppo, ad agire con modalità impulsive. Il gruppo, infatti, tende ad incrementare le tendenze individuali, per cui può determinarsi una situazione di scarso controllo degli impulsi aggressivi e sessuali che spinge a mettere in atto pensieri e fantasie senza possibilità di elaborazione psichica. La banda, per sua natura e definizione, è un tipo particolare di gruppo: piccola o grande che sia, si costituisce attraverso un patto “offensivo” di alleanza tra i membri contro l’esterno. Essa fonda i suoi legami interni sull’idea di dover contrastare ed eliminare “l’altro”, visto come un intralcio: la debolezza, la passività, la fragilità non vengono tollerate perché sono percepite come minaccia alla propria identità personale e per questo “devono” essere combattute con ogni mezzo. Va anche sottolineato che, all’interno di gruppi funzionanti, si possono creare delle bande: è il caso ad esempio degli ultrà o dei gruppuscoli di studenti coalizzati contro un compagno disabile.

A che età inizia il bullismo?

Purtroppo sono diffusi già nella scuola elementare episodi in cui un bambino più forte o più grande o anche un gruppo, minaccia o intimorisce un altro bambino ritenuto più debole o in difficoltà. Bisogna distinguere le situazioni episodiche di conflitto transitorio tra coetanei, in cui manca l’intenzione di far soffrire ed emerge la volontà di riappacificarsi, dalle situazioni in cui si delinea il quadro del bullismo. Nel primo caso è meglio che l’adulto segua a distanza e lasci che i bambini affrontino da soli la situazione. Nel secondo caso c’è un individuo (o un gruppo) con scarso controllo degli impulsi che usa la propria posizione dominante per sopraffare con l’intimidazione, la minaccia o atti violenti un bambino che sperimenta angoscia, rabbia, impotenza e vergogna per i soprusi subiti, dunque un vissuto traumatico. In questa situazione l’adulto deve intervenire facendo uso delle proprie capacità genitoriali.

Adolescente violento uguale adulto violento?

Non necessariamente. È vero che la violenza genera violenza e che le esperienze vissute durante l’infanzia e l’adolescenza segnano la nostra vita e ci inducono, anche inconsapevolmente, a comportarci secondo determinati modelli. È vero anche che bambini vittime di violenze possono diventare loro stessi violenti o, al contrario, vivere costantemente nel ruolo di vittime. Non va però dimenticato che la violenza in adolescenza ha un carattere – per così dire – “fisiologico”, funzionale al passaggio dell’identità infantile a quella adulta. Singoli episodi di violenza in adolescenza possono essere superati e integrati nell’età adulta a patto che si riesca a spezzare la spirale costrittiva della violenza.