La sindrome ADHD. Un approccio psicoanalitico alla sua comprensione, di R. Bernetti e M. Lembo (16.12.2014)

La sindrome ADHD. Un approccio psicoanalitico alla sua comprensione (16.12.2014)
di Roberta Bernetti e Marianna Lembo

1) A mio figlio è stata diagnosticata la sindrome ADHD: ma che cos’è?

ADHD è una sigla che sta per le iniziali inglesi Attention Deficit Hyperactivity Disorder (Deficit dell’Attenzione e Disturbo di Iperattività) ed indica una “Sindrome” a cui fa riferimento gran parte della comunità psichiatrica.

I bambini affetti da questa sindrome presentano difficoltà a mantenere l’attenzione sia nelle attività di gioco che in quelle scolastiche, portandole avanti in modo disorganizzato e caotico, e a volte interrompendole. Questi bambini tendono a non riflettere troppo su ciò fanno e mostrano una difficoltà a controllarsi, aspettare, stare fermi o rispettare un tempo di attesa, come, per esempio, un turno di gioco.

Tutte queste caratteristiche possono essere accompagnate da altri fenomeni, quali un atteggiamento oppositivo e provocatorio, oppure difficoltà nella sfera dell’apprendimento (dislessia, disgrafia, ecc.). Si tratta, dunque, di una serie di sintomi e disturbi, ognuno dei quali può presentare una rilevanza e un’intensità variabile non solo da un bambino all’altro ma anche nello stesso bambino in periodi o contesti diversi della sua vita. Molti genitori allora potrebbero pensare che il proprio figlio rientri nella categoria di “bambino con sindrome ADHD”, ma ciò è vero solo se risulta evidente una vera compromissione del funzionamento sociale e scolastico.

Pensiamo che un’attenzione mirata quasi esclusivamente all’individuazione dei sintomi possa correre il rischio di non considerare in modo approfondito l’individualità del bambino, il suo sviluppo complessivo, la sua vita mentale ed emotiva ovvero la sua storia personale all’interno della famiglia.

2) Come si può spiegare questa disattenzione e questa iperattività? 

L’attenzione è un termine che deriva dal latino “ad” e “tendere” e indica l’indirizzare e il concentrare l’attività psichica su un determinato oggetto, di ordine sia sensoriale, sia rappresentativo. L’oggetto dell’attenzione può essere esterno o interno, semplice o complesso. Essa è presente anche nei neonati, quando riconoscono voci o volti.

Per quanto riguarda l’iperattività, il celebre pediatra statunitense Barry Brazelton evidenzia che essa ha una prevalenza nei maschi e che, nella prima infanzia, potrebbe essere dovuta a un’immaturità che impedisce al bambino di selezionare gli stimoli fermandosi su quelli rilevanti. In questa prospettiva l’iperattività peserebbe sull’attenzione e le due questioni sarebbero aspetti dello stesso disturbo. E’ bene ricordare, tuttavia, che la sindrome ADHD viene riconosciuta in bambini più grandi nei quali il disturbo si è organizzato nel tempo in una quantità di varianti, ma che sono accomunati dal fatto di non riuscire a star fermi, né fisicamente né col pensiero.

In essi l’irrequietezza motoria, il muoversi incessantemente, il non sapere aspettare sembra manifestare uno stato di confusione interna e la difficoltà a contenere le proprie emozioni. Ciò comunque impedisce di prestare attenzione agli stimoli esterni, di comprenderne il significato, di selezionarli e organizzarli: in altre parole, impedisce di pensare e riflettere.

Di conseguenza, dietro la spavalderia e la provocazione che a volte questi bambini manifestano, si nascondono spesso malessere e fragilità.

Fattori esterni, inoltre, possono esasperare questi disturbi e aumentare la  confusione o lo smarrimento: avvenimenti quali un lutto, un problema di lavoro che coinvolge un genitore, un cambio di casa, la nascita di un fratellino o conflitti e separazioni non vanno mai sottovalutati nei loro effetti disorganizzanti.

3) Perché proprio ora che fa la prima elementare?

La scuola ha un ruolo estremamente importante nella tempestiva individuazione e segnalazione delle difficoltà emotive e cognitive legate alla sindrome ADHD. Spesso il disagio di questi bambini viene colto in concomitanza con l’inizio della scuola elementare quando la difficoltà di concentrazione ostacola l’apprendimento, e a volte si accompagna a comportamenti aggressivi e provocatori di difficile gestione all’interno della classe.

L’ingresso alla scuola elementare, infatti, pone nuove richieste di apprendimento e adattamento sociale. Il processo di apprendimento implica un coinvolgimento diretto dell’esperienza emotiva poiché espone il bambino ad un confronto con il nuovo, che, per essere superato, richiede la capacità di tollerare l’incertezza e il timore di sbagliare e sentirsi inadeguati. A tutti questi vissuti di frustrazione e paura, egli può reagire allontanando l’attenzione da ciò che sta accadendo in classe e  scaricando la tensione con il movimento: agitandosi, correndo tra i banchi o stuzzicando i compagni.

4) Quali possono essere le conseguenze sulla vita scolastica?

La scuola, con le sue richieste di rimanere tante ore seduti, ascoltare ed apprendere, esige un comportamento recettivo che può comportare una grande fatica per il bambino.

Nel contesto scolastico, le difficoltà di attenzione e l’iperattività sono causa di uno scarso rendimento ma ciò di cui i bambini soffrono di più è la difficoltà di instaurare relazioni positive e significative sia con gli adulti che con i coetanei.

Il bambino iperattivo e disattento si confronta con un’immagine di sé sostanzialmente incapace, che viene continuamente sollecitata da compiti che egli teme di non saper svolgere e che tende quindi ad evitare.

Il senso di sé precario e il vissuto di inadeguatezza sono spesso rinforzati anche dalle conseguenze del molto disturbo che egli crea in classe, e dall’essere considerato ingestibile e insomma, “terribile”. A volte, peraltro, diventare l’eroe negativo può volere dire acquisire comunque un’identità o riuscire a catalizzare un’attenzione da parte degli altri che compensa, sebbene in modo paradossale, il  sentirsi “non visto”.

Il confronto continuo con un’immagine di sé “cattiva” aumenta ancor di più questi comportamenti: sembra che quanto più il bambino si sente incapace tanto più metta in atto comportamenti provocatori e onnipotenti: “posso fare tutto”, comportamenti che usa per negare il proprio senso di inadeguatezza.

5) Come collaborare tra genitori e insegnanti?

A volte ai genitori sembra che gli insegnanti non sappiano far altro che rimproverare i bambini fino allo sfinimento. In realtà la loro esasperazione non dipende solo dal comportamento dei bambini, ma dal proprio vissuto di frustrazione e impotenza: proprio gli stessi stati emotivi di cui il bambino cercherebbe di sbarazzarsi attraverso comportamenti ipercinetici o provocatori. Possiamo ipotizzare che si inneschi un meccanismo di trasferimento di sentimenti intollerabili degli uni sugli altri, meccanismo che alimenta un circolo vizioso di aggressività in cui il bambino viene ripetutamente ammonito e allontanato dai compagni. Nella nostra esperienza di psicoterapeuti, abbiamo riscontrato la necessità di sensibilizzare gli insegnanti non soltanto a riconoscere alcuni sintomi tipici dell’ADHD, ma anche a individuare le implicazioni emotive legate alle difficoltà che accompagnano questi bambini. Può essere utile fermarsi a pensare a quanto accade nel “qui ed ora” dell’esperienza educativa e considerare la disattenzione o l’irrequietezza non come un comportamento incomprensibile: “Questo bambino è strano”,  ma piuttosto inserirlo all’interno di una situazione di significato: “Che cosa è successo a quel bambino in quel determinato momento? Cosa è accaduto prima? Cosa può voler dire e comunicare?”.

Pensiamo che uno strumento privilegiato nella formazione dell’insegnante sia lo sviluppo della sua capacità di osservazione e di riflessione sul proprio vissuto emotivo in relazione al bambino. Anche il confronto tra colleghi può risultare prezioso e consentire una giusta distanza per comprendere meglio la situazione, laddove il coinvolgimento con il bambino sia molto intenso.

Spesso si crea anche tra insegnanti e genitori un circolo vizioso di accuse e rimproveri circa il senso di inadeguatezza nell’aiutare il bambino: rabbia ed impotenza ostacolano ulteriormente la comprensione e sono frequenti  le recriminazioni per stabilire chi debba dare le regole al bambino. La ricerca del colpevole diventa una difesa anche per evitare di mettersi in discussione e fare i conti con sentimenti di colpa e inadeguatezza.

6) Come posso aiutare mio figlio?

I bambini, come è noto, si giovano di un ambiente prevedibile e tranquillo, un ambiente in cui ci sia la calma necessaria a cercare una comprensione che vada oltre le richieste esplicite. Calma e comprensione che occorrerebbe mantenere anche in presenza di eventi improvvisi o destabilizzanti.

Per questo è molto utile garantire continuità alla vita familiare tramite la creazione di regole, abitudini, attività routinarie e programmate, organizzando il tempo in sequenze: “prima fai questo..dopo questo..”, e la giornata in attività che diventino una consuetudine, possibilmente piacevole.  Il calendario settimanale servirà a capire come funziona il tempo, così che ci si possa “collocare” all’interno di esso.

Con bambini che fanno molta fatica a mantenere l’attenzione a lungo su una cosa, può essere utile organizzare il tempo in segmenti più brevi: compiti più lunghi, per esempio, possono essere suddivisi in step più piccoli e separati da pause.

A casa è bene evitare stimoli disturbanti, assicurando un ambiente il più possibile tranquillo, ma non devono mancare le sollecitazioni e gli interessi specie con la compagnia di coetanei. I tempi della TV è bene limitarli al programma preferito o  a quello che può essere visto in compagnia di un genitore.

In classe sono utili alcuni accorgimenti, come posizionare il banco vicino all’insegnante, lontano da finestre, porte o altre fonti di distrazione esterna.

Infine, oltre alla collaborazione tra genitori e insegnanti potrà essere di aiuto il ricorso allo psicoterapeuta dell’età evolutiva: la sua competenza specifica servirà a creare e mantenere le condizioni idonee alla crescita e, ove sia necessario,  suggerire l’opportunità di un intervento psicoterapeutico.